Donne che corrono coi lupi

photoA cura di Manuela Andreani – Comitato di Redazione “Quale Impresa” ( Confindustria Giovani Imprenditori)

Abbracciare una terra diametralmente opposta alla tua e ad essa dedicare la vita. Andare incontro ad ogni nuovo inizio con curiosita’ fiducia, e straordinario entusiasmo. Seguire l’istinto. Guardare al diverso considerandolo una fonte di vera crescita e riconoscere il proprio punto di vista come solo uno degli infiniti possibili. Questo è l’esempio rivoluzionario di una grande donna, Luisa Trojanis.

Andate e lasciate che le storie, ovvero la vita, vi accadano, e lavorate queste storie dalla vostra vita, riversateci sopra il vostro sangue e le vostre lacrime

vostro riso finché non fioriranno, finché non fiorirete. [Clarissa Pinkola Estés]

“Punti di vista differenti generano confronto, dibattito, idee, soluzioni. […]La vera rivoluzione e il vero cambiamento sarebbero quelli di non fare più distinzioni.”

[Luisa Trojanis]

Da nove anni vivi nella Lapponia svedese al confine tra due stati, Svezia e Norvegia. Quale percorso di vita ti ha portata a scegliere questo luogo, e quali motivazioni ti hanno spinta verso questa scelta?

Sono sempre stata una curiosa e da sempre affascinata da altre culture. Mi sono laureata in letteratura anglo – americana all’ Università di Siena  con una tesi legata ai viaggi –  nel tempo sono divenuta una “viaggiatrice sentimentale ”, per usare una definizione tanto cara a Lawrence Sterne e cioè mi sentivo parte di coloro che   partivano alla scoperta di nuove realtà riuscendo a cogliere il “Genius loci”, ovvero lo spirito del luogo, l’essenza, la tradizione e la cultura di un certo popolo e di una certa area geografica. Sembra un approccio  banale ma non è poi così scontato. In genere si abbracciano si altre culture ma  fintanto che obbediscono a codici da noi  riconosciuti.

Agli inizi non è stato facile. Avevo un lavoro, a cui ho rinunciato per intraprendere un nuovo percorso senza sapere e nemmeno immaginare dove mi avrebbe portato. L’occasione: un’agenzia di viaggi inglese che organizzava trekking e bike tour in Val D’Orcia, una delle zone più belle della Toscana. Ero totalmente affascinata dal modo in cui lavoravano che appena si paventò l’idea di poter diventare rappresentante locale per assistenza ai loro clienti non esitai un solo istante. Allora non conoscevo bene la lingua, o meglio, credevo di saperla, ma non era affatto così. Non avevo mai fatto nessuno sport, non sapevo cosa erano il trekking, la montagna, lo sci. A dirla tutta ero totalmente impreparata a un benché minimo sport all’aria aperta. Ma l’occasione per imparare non tardò a presentarsi.

La prima tappa fu Palma di Maiorca, terra adottiva di Chopin e George Sand. Affiancata da un rappresentante locale dell’agenzia presi a seguire gruppi durante le escursioni di trekking nella Serra de Tramontana. Poi ancora, altra tappa importante, l’Austria, nella zona per l’eccellenza dello sci di fondo. Ogni mattina, lo staff dell’agenzia mi lasciava al centro di Seefeld a venti chilometri da Innsbruck per imparare, almeno, a stare in piedi sugli sci. Da qui i miei primi clienti da seguire. Una grande soddisfazione carica di non poche responsabilità. Dopo la parentesi austriaca fu la volta della Svezia, in un luogo ameno e monocromatico tanto da somigliare a quell’isola immaginaria descritta nei libri di viaggio: “Iperborea”.

P1120068Ogni volta ricominciare da capo quindi. Davanti a situazioni in gran parte ignote – in termini di nuova lingua da imparare, nuove culture e contesti da capire e avvicinare, nuove capacità da apprendere, nuove persone da conoscere – e allontanata dai riferimenti che nel tempo avevi fissato (i tuoi amici, le tue relazioni costitutive) quali sono state le emozioni che hai provato? Paura? Nostalgia? Motivazione? Entusiasmo?

Potrei dire tutte queste. La libertà ha un prezzo. Si acquistano delle cose ma se ne perdono altre. La mia vita è fatta di grandi silenzi e spazi infiniti. E’ fatta di valige sempre pronte e scatoloni  pieni di cose che non so dove mettere  stipate ovunque –  vivo in uno spazio di 20 metri quadrati . Le giornate sono solitarie  nel pieno inverno artico e di estati  spesso senza sonno dove non fa mai buio e si sente solo il rumore delle cascate. E’ fatta anche di paure. Certe notti il vento soffia così forte che gli alberi si piegano in due e le tempeste di neve cancellano persino l’ ingresso di casa e le finestre . Le rinunce ci sono ma se devo fare un bilancio il poter disporre a pieno della mia vita, del mio tempo e del mio lavoro direi che non c’è cosa piu’ preziosa.

Un giorno parlando con un coetaneo piu’ giovane- dove appunto spiegavo il famoso “spirito di sacrificio” per avere dei risultati ,   mi ha detto: “ma scusa , chi te la fatto fare?”…ecco, risposte così mi avviliscono profondamente.

  Oggi vivi in Lapponia. Che cosa significa per te questo paese?

Incanto, libertà e spazi infiniti dove lo sguardo non si riposa mai: perché ad una terra si affianca ad un’altra e cosi via, tanto da sembrare un deserto infinito di polvere di neve e ghiaccio.

Pensare a queste terre come luoghi sterili e monocromatici è quanto mai fuorviante e sbagliato. In realtà è un ecosistema fragile che rischia di scomparire per sempre e con esso pure la miriade di animali e piante che ne fanno parte. Non a caso la Svezia ha dato i natali a Carl Von Linnè, da noi conosciuto fin dai tempi della scuola sotto il nome di Linneo, il padre di tutta la classificazione universale di piante ed animali giunte fino ai nostri giorni.

A dire la verità, in tutti questi anni mi sono sempre identificata in Karen Blixen, una scrittrice danese che fu totalmente rapita da un suo viaggio in Africa. Un ambiente diametralmente opposto al suo ed a cui dedicò la vita e un libro La mia Africa, divenuto celebre in tutto il mondo. La terra dei ghiacci richiama senz’ altro le distese infinite dei deserti descritti dalla Blixen, tanto da poter parlare di un certo “Mal d’Artico”, quella sensazione che se non ti induce a fuggire e ti lega a quella terra per sempre.

In inverno ti occupi di slitte trainate dai cani, sci di fondo, tour nelle riserve naturali della zona, mentre in estate di trekking, canoa, fotografia e affitto di cottage per chi ha bisogno di vivere a contatto con la natura e staccare con tutto. Ci vuoi raccontare di come ha preso forma nel tempo questa tua attività imprenditoriale?

Sono attività che per la maggior parte conduco e curo da sola avvalendomi anche della collaborazione di famiglie e imprese locali.  La maggior parte delle persone che mi scrive mi scambia per un agenzia di viaggio e nell’ epoca  della sovraesposizione da immagini e informazioni  porta la gente a dire: “Ma è tutto qui?”.

In realtà ogni programma che conduco sia in estate che in inverno è frutto di un’esperienza
di quasi dieci anni, di studio, di approfondimento, di esplorazione
. All’inizio la maggiore difficoltà – e sembra banale- è stata quella di trovarmi davanti ad un sito web da realizzare. Cercare di riempirlo di contenuti di informazioni che all’ epoca non avevo. Il territorio in cui per la prima volta mi trovavo, lontano quattromila chilometri da casa, era fuori dalle mete turistiche con un  turismo prevalentemente locale e quindi servizi e informazioni erano orientati verso un pubblico scandinavo. Non da meno trovarsi circondati da mille chilometri di foreste e laghi in una frazione che aveva poco più di venti abitanti, non facilitava le cose. Inoltre mi ero trovata a coesistere tra due tipi di culture , quella svedese e quella della popolazione indigena dei Sami – quelli che noi erroneamente etichettiamo con il nome di “lapponi” che provenivano culturalmente da due background diversi  e da cui di lì a poco avrei dovuto apprendere molte cose prima di creare un attività sul posto. Non da ultimo l’impatto con il clima. Gli inverni possono essere molto rigidi – le temperature possono sfiorare i meno quaranta ed a volte improvvise tempeste di neve costringono a chiudere il piccolo aeroporto ed a stare in casa.

Era impensabile agli inizi di poter vivere solo di turismo, e così affiancavo il mio lavoro con quello di “tutto fare” negli hotel di zona svedesi e, per due anni, in hotel norvegesi. Un’esperienza determinante a contatto con giovani locali e imprenditori che lavoravano per “il fine e bene comune”. E cioè, nel caso di una struttura turistica, soddisfare il cliente. Le differenze si annullavano e imprenditore e personale lavoravano a fianco senza gerarchie. Si usava, ad esempio, a fine stagione di partire tutti insieme per una meta turistica – una sorta di premio che l’imprenditore riconosceva al loro staff per il lavoro fatto insieme.

 Quali sono le maggiori differenze che rileva tra Italia e Svezia, dal punto di vista umano?

Gli stereotipi accompagnano ogni paese e non sempre corrispondono a realtà. Si parla degli svedesi come dei norvegesi come di popolazioni “fredde” legate all’ idea che ad un clima freddo debba corrispondere  necessariamente un temperamento  rude e freddo. Quella che noi scambiamo per freddezza è semplicemente discrezione. Entrare a far parte delle loro cerchie ed amicizie è spesso difficile per una certa timidezza nel doversi esprimere in inglese – lingua che peraltro tutti sanno grazie alla televisione  e per una certa ritrosia a farsi gli affari degli altri. E così è facile scambiare il loro atteggiamento per snobismo. Per il resto le differenze sono enormi ed il clima ha una sua parte determinante. Nelle zone in cui vivo – e quindi fuori da centri urbani e metropoli – i piccoli villaggi sono abitati da locali che si dedicano al taglio dei boschi nella foresta, nel campo dell’ edilizia e di tutte quelle attività che nonostante il clima richiamano all’ aria aperta e quindi caccia, pesca e sport. Grandi e piccini sembrano ad esempio nati con gli sci ai piedi e non sapete la mia frustrazione mentre mi vedo sorpassare miseramente da signori novantenni durante le mie escursioni sugli sci. Questo è normale,  le popolazioni hanno dovuto fronteggiare il clima in maniera diversa e lo hanno fatto in maniera sorprendente. Più il clima è aspro e più si vede in giro gente che scia, corre , addirittura fa un bel picnic in mezzo ad una tempesta in corso. Non voglio dire che sia un esperienza ideale ma credo che questa disposizione d’animo, diciamo così, li renda preparati ad affrontare le cose con determinazione, anche se sono avverse. Le nostre abitudini a coprirsi, ad evitare un benché minimo spiffero d’aria, un qualsiasi sforzo fisico che non sia la canonica palestra, ci portano un po’ lontano dallo stato naturale delle cose. Anche se in realtà capisco che la vita di città è ben altra cosa. Di contro noi italiani vivendo in un clima mediterraneo, solare, abbiamo un approccio più aperto, più facile, siamo più tendenti all’ozio, e lo sport è per molti un mistero insondabile. Non andiamo al di là dei canonici calcio, pallavolo, tennis o equitazione, e gli sport minori sono solo un miraggio di cui impariamo l’esistenza ai giochi olimpici, in tv, con uno zapping fortuito legato al momento.

E’ per me impossibile fare paragoni, le culture sono diverse, e per quanto all’apparenza simili un mondo ci divide. Se pensiamo ad esempio dal punto di vista alimentare. Alla gente del Nord, piace molto il nostro cibo, anzi parlando della gastronomia italiana i loro occhi luccicano ma allo stesso tempo a loro cucina per certi versi – almeno ai mie occhi – non si e evoluta nel tempo. Gli svedesi e i norvegesi non sono certo  costretti a vivere all’addiaccio come un tempo eppure il loro cibo è molto grasso, ricco di salse, cacciagione, carne, pesce affumicato. Un mio amico italiano medico che vive in Norvegia da venti anni ormai mi dice sempre che l unica cosa che non ha mai funzionato tra lui e la Norvegia è il cibo, e quindi ogni fine settimana non rassegnandosi al cibo locale inizia il suo peregrinare alla ricerca di cibo italiano nelle cittadine della zona.

Quali invece le maggiori differenze che rilevi tra i due sistemi, in termini economici, politici e sociali? Punti di forza e di debolezza del nostro paese rispetto ai paesi della Scandinavia?

Un autorevole columnist de The Guardian ha definito la Svezia come “la società più di successo che il mondo abbia mai conosciuto”. Recentemente è stata votata come la nazione ideale dove vivere dopo l’ Australia. La classe media esiste ancora, l’economia svedese riesce a crescere nonostante la congiuntura sfavorevole che sta coinvolgendo tutta Europa. Gli  investimenti pubblici non sono mancati, i cantieri sono in fermento, nuovi lavori alle infrastrutture, ai servizi per il cittadino sono in continua evoluzione, contribuendo a creare un clima disteso di efficienza e sicurezza.

Salvo le grandi multinazionali – H&M, Volvo, Ericsson Ikea,  Electrolux, Tetra Pak etc.- che hanno una forte espansione all’estero ci sono una miriade di piccole imprese che riescono a crescere grazie ad una burocrazia trasparente e contratti chiari. D’altro canto, a mio avviso, c’è pure un rovescio della medaglia. Il fatto di poter “contare” sullo Stato ha spesso indotto le singole economie locali a un appiattimento progressivo delle idee, degli investimenti. Il cittadino dice: “Male che vada ci pensa lo Stato”, e questo atteggiamento non ha prodotto molti risultati. Recentemente poi, molti svedesi hanno scoperto il vantaggio di lavorare in Norvegia dove la paga è più alta andando a ricoprire quei posti di lavoro che i norvegesi non vogliono più fare. Una storia già sentita anche da noi, ma che a sentirla qui in Svezia sorprende un po’.

La Norvegia, se vogliamo ed a mio avviso, vince su tutti i fronti. Recentemente il secondo più importante sindacato norvegese ha invitato il governo norvegese ad inasprire le tasse. Il leader del sindacato ha dichiarato: “La popolazione sta crescendo abbiamo bisogno di nuovi sevizi per i cittadini, dobbiamo aumentare le tasse”. Dichiarazioni che da noi suonano come una maledizione, ma non solo per noi, ovviamente.

In Italia la crisi proviene da quasi trent’ anni di non investimento, e dall’aver pensato che la nostra “superiorità culturale”, in termini di storia, bellezze naturali, etc., ci avrebbe garantito una rendita a vita. Ma evidentemente non è stato così. L’impoverimento a livello materiale, è frutto anche di un impoverimento culturale senza precedenti. Recenti studi hanno confermato come più del 50% degli italiani sa leggere ma non comprende cosa c’è scritto tanto che gli è pure difficile, ad esempio, mettere in pratica le istruzioni dettate nel “bugiardino” allegato alle confezioni dei farmaci.

Per la crescita dell’imprenditoria locale che cosa fa la Scandinavia, e come valuta questo tema a confronto con l’Italia?

Secondo il mio punto di vista, i paesi scandinavi non offrono tanto il lavoro ma gli strumenti per crearlo. Le persone, le idee, sono valore aggiunto da “sfruttare” per la crescita dell’ economia locale.

I siti governativi sono ricchi di informazioni sia in svedese che in inglese su come avviare un’impresa. I Comuni ad esempio favoriscono la crescita di piccole attività  locali a servizio del cittadino stipulando convenzioni, contratti vantaggioso tra Enti e le piccole start up di giovani nel campo ad esempio del sociale, l’assistenza all’infanzia, creazione di asili etc.

Negli ultimi anni un po’ di insofferenza c’è stata, e anche gli scandinavi si stanno ermeticamente difendendo da “assalti” di orde di stranieri senza arte né parte che cercano un lavoro. L’integrazione auspicata e ammirata da tutti non sempre è il fiore all’ occhiello. Lo straniero fatica sempre più ad integrarsi, e se poi non parli lo svedese, l’ inglese non ti salva più come un tempo ed a meno che non vivi in una zona a forte impatto turistico trovare lavoro diventa difficile.

Molti extracomunitari e non, trovano lavoro solo in foresta, piantando le piantine – 2000/3000 al giorno- per ricavarne un buono stipendio, oppure andando a raccoglier i frutti di bosco durante la stagione. Esperienza, non certo gratificante.

Un giorno, recandomi all’ufficio per l’impiego locale, avevo chiesto se potevo essere aggiunta alle liste di collocamento, ma i soli lavori disponibili erano caricarsi sulla schiena chili di terreno e passare le giornate a piantare anche a temperature estreme. Il responsabile dell’ufficio, guardandomi in modo ironico, con un chiaro messaggio mi aveva fatto capire che se volevo – dopo aver specificato che gli svedesi avevano smesso da tempo di fare quel lavoro- potevo mandare il mio CV per candidarmi per quel lavoro. Ad essere sincera, sono scappata a gambe levate.

In Italia? Finirei con il dire le stesse cose che si ripetono da anni. Fino a quando non si pensa alla persona come un “valore aggiunto”, si investe nella sua educazione, formazione e non si snellisce la burocrazia ci si perde in oratorie senza arrivare al punto e la situazione non cambierà. Deve essere fatto ordine, cancellato il compromesso, il libero arbitrio. La gente, i giovani, devono essere incentivati, promossi, aiutati.

La realtà in cui vivi è anche quella di un paese in cui le maggiori cariche dello Stato sono ricoperte da Donne (Ministro Esteri, Infrastrutture, Pari Opportunità; Energia e Ambiente, Giustizia etc.). Rispetto al tema del ruolo delle donne in politica, cosa ti fa pensare il confronto con l’Italia?

Il 70% delle donne svedesi e norvegesi ha un impiego e riveste anche ruoli di grande prestigio come rivela la recente nomina di una signora norvegese, ex ministro, a capo del “Global Diversity Trust” – un’indipendente organizzazione internazionale nata per garantire la conservazione e la diversità dei semi di tutto il pianeta e appoggiata da finanziatori come la Fondazione Bill Gates, la Fondazione Rockfeller e anche il nostro Ministero degli Affari Esteri. Come pure le prossime elezioni in Norvegia – i cui pronostici indicano un futuro Premier donna. Anche la Svezia ha la maggior parte dei Ministri donne anche in settori ritenuti prerogativa maschile come “sicurezza”, “energia” e “affari esteri”.

Quello che si vede nella vita di tutti i giorni si riflette  quando si guarda alle cariche dello Stato. Il ruolo della donna in Italia fa fatica ad emergere in ogni settore, e non solo a livello politico. Già fare impresa non è facile,  non tanto per le agevolazioni che magari ci sono –  quanto per certi pregiudizi che ancora persistono.

In che modo ritieni che le Donne possano fare la Differenza con il proprio contributo in Italia, quale Cambiamento ritieni possano innescare?

Direi che punti di vista differenti generano confronto, dibattito, idee, soluzioni. Non starei tanto a parlare di differenza di genere o in che cosa siamo più brave o meno. La vera rivoluzione e il vero cambiamento sarebbe quello di non fare più distinzioni. Ma la “parità dei sessi” dà, alle donne come agli uomini, nuovi oneri. “Parità” significa assumersi responsabilità anche quando gira male.

Più in generale in questo periodo, guardando all’Italia dalla posizione di osservatore esterno in cui ti trovi, quali altre considerazioni hai maturato?

Tutti dovremmo uscire dal nostro proprio paese per capirlo meglio. L’ Italia ha grandi risorse che aspettano di essere incentivate e colte.

Messaggi che desideri trasferire ai giovani “startupper” Italiani?

Di dedicarsi anche al mondo reale e non solo virtuale. Va bene aprire, inventare applicazioni web, siti, etc., ma il mondo reale è la fuori e non aspetta. In Norvegia ad esempio, ci sono circa 1600 lavori disponibili nel campo dell’ ingegneria. E le nuove scoperte di giacimenti porteranno a ricercare nuovo personale. Con questo non voglio suggerire di allontanarsi dal proprio paese ma quanto meno quello di andare all’ estero per imparare a vivere meglio nel proprio luogo di origine. Incamerare esperienze fuori dal limbo in cui i giovani stanno precipitando. Suggerirei di osare e di non aspettare che qualcuno ti dia una mano. Quando io sono partita non avevo nulla, l’agenzia di viaggio inglese ad esempio mi aveva dato la possibilità di fare esperienza solo con il vitto e alloggio. Poi una volta giunta in Svezia ho iniziato con qualche lavoretto che mi ha permesso di racimolare i soldi per il mio primo sito web e così via.

Di fondamentale importanza è la lingua inglese: non è possibile concepire la via di un giovane dì oggi senza che sappia una lingua. Non sapere l’ inglese significa essere tagliato fuori da tutto. Televisione e media dovrebbero preparare i giovani a questo. Ma di cosa stiamo parlando? Già da tempo in Svezia si fanno fiction per sordomuti con doppiatori che parlano svedese.

 Tornerai in Italia?

Sì. Gli scandinavi amano molto il nostro paese. Li porterò, per iniziare, in Toscana,  nelle mie zone, per apprezzare le cose belle che abbiamo e che noi non riusciamo più a valorizzare ed apprezzare.

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