Ricordi di un viaggio in una terra senza confine

di Maria Vittoria D’Emidio (Pescara)
“Copriti bene, mi raccomando. E metti la sciarpa…e il cappello!”…

Sono le ultime raccomandazioni di mia madre e mi rendo conto che, sebbene io sia ormai adulta, rimarrò sempre la piccola di casa. Faccio appena in tempo a chiudere, che chiamano il nostro volo. Marco mi guarda e mi fa cenno di alzarmi.“E’ ora” mi dice, e finalmente ci avviamo verso il gate per imbarcarci.Per quanto sono emozionata, sull’aereo non mi accorgo del tempo che passa e i minuti scorrono senza che riesca a capacitarmene. Non ho idea di che cosa troveremo, ma sono certa che, qualunque cosa sia, sarà bellissima. Ripenso a quando ci chiedevano del viaggio e mi viene da sorridere nel ricordare l’espressione che tutti assumevano nel sentire la risposta. Era a metà tra il meravigliato e lo sbigottito e, prima che riuscissero a dire qualcosa, dovevano passare sempre quei due o tre secondi. Nel frattempo io e Marco eravamo già pronti a sentirci dire che era un viaggio mai sentito prima, una meta strana, qualcosa di alternativo. In effetti non è che avessero tutti i torti, perché la Lapponia svedese non è certo una destinazione che calca il red carpet tra i viaggi di nozze, ma ci è bastato calarci in quel mondo per capire che non avremmo potuto fare una scelta migliore.

Al nostro arrivo, oltre al taxi, c’è ad aspettarci una leggera pioggerellina. Siamo a Røros, quasi al confine con la Svezia, ma è buio e riusciamo a scorgere davvero poco. Dovremo attendere l’indomani per curiosare. Quando ci svegliamo, vediamo che la mattina ha conservato il grigiore del tempo, ma eravamo preparati a questa eventualità, perché la fine di settembre è un periodo di veloce transizione verso l’inverno.

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Non vedo l’ora di incontrare la guida e spero tanto che abbia portato con sé Ginger, il bellissimo husky siberiano che attendo di conoscere con ansia. Siamo in anticipo per l’appuntamento, così mi metto a guardare i quadri appesi nella hall dell’albergo. D’un tratto Marco mi chiama a sé e mi dice di aver visto Luisa che sta facendo colazione. Si salutano da lontano con un cenno e ci avviciniamo.

Appena le stringo la mano mi rendo conto che il suo non è solo un lavoro, ma una passione. Ci dice che incontreremo Ginger più tardi, quando andremo al cottage, e ci regala un pacchetto di caramelle ciascuno. Il ricavato serve a sostenere un progetto ambientale, ci spiega. E’ una ragazza intraprendente ed estroversa, capace di mettere a proprio agio chi ha di fronte e, nel giro di poco, riesce a farmi superare l’imbarazzo iniziale. Ha splendidi occhi verdi e qualche lentiggine sul viso. Della sua terra d’origine, la Toscana, ha conservato l’accento, ma alle amenità della Val d’Orcia ha preferito quelle del grande nord.

Ci dice che è ora di mettersi in marcia e ci conduce lungo le vie dell’antica città mineraria patrimonio dell’UNESCO, rivelandoci che è stata scelta come ambientazione di alcuni episodi della serie Pippi Calzelunghe.

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Non c’è anima viva per strada e le case sono così silenziose da sembrare disabitate, ma Luisa assicura che i fiori alle finestre sono sempre rigogliosi e le luci spesso accese.
“A volte mi viene da guardare dentro, anche se è maleducazione” mi racconta scherzando. “E non si vede mai nessuno. Mah, resterà un mistero!”
Al Museo della città ci mostra vari utensili in rame e ci parla di quello che secondo lei è il potere delle pietre.
“Io ci credo” mi fa quasi a volersi giustificare. “Bisogna stare attenti a quelle troppo appuntite perché se si fa un movimento brusco si rischia di tagliare l’aura che uno ha intorno.”Ne sceglie una per me e mi fa un regalo, raccomandandosi che la porti sempre con me.E’ il secondo regalo della giornata, ma scopriremo presto che durante l’esperienza che ci accingiamo a vivere ci regalerà tanto altro, che rimarrà per sempre dentro di noi.

Il cottage è semplicemente delizioso. Luisa ha saputo dare un tocco di calore che è il più gradito dei benvenuti e ci sentiamo sinceramente accolti.

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rima di arrivare ci siamo fermati a fare la spesa e lei ci ha consigliato sulle varie cose da comprare. Mentre sistemo la roba, mi rigiro il Risgrot tra le mani. Si mangia con una leggera spolverata di zucchero di canna mischiato alla cannella e dà parecchia energia: per affrontare le escursioni è ottimo, ci ha rassicurati Luisa. Io e Marco ci guardiamo e ci stringiamo nelle spalle. Dobbiamo calarci nella vita lappone…e Risgrot sia! Il mattino seguente, alla prima cucchiaiata mi sembra strano, alla seconda discreto e alla terza mi convinco che è buono. Mentre sorseggiamo una tazza di caffè americano ci rendiamo conto che su questo punto dobbiamo ancora adattarci, noi che siamo cultori dell’espresso.
Zainetto in spalla, siamo pronti a partire. Lentamente scendiamo il sentiero che ci porta al punto d’incontro con Luisa e, oltre a lei, troviamo ad attenderci una meravigliosa sorpresa.



Orecchie dritte e sguardo furbo, Ginger è lì, che ci osserva meditabondo, dovendo ancora decidere se diventeremo amici o meno. Bastano pochi secondi ed è amore. E’ grande, imponente, col pelo fulvo e lo sguardo fiero e sincero. Si capisce subito che è indipendente e mi viene da pensare ad Ice, il mio husky nero che è rimasto a casa e che oggi, purtroppo, non c’è più. Mi sento di dare ragione a chi, un giorno, mi ha detto che quando si andava fuori con Ice, non si usciva con lui: ognuno faceva la sua passeggiata e nessuno seguiva l’altro, soltanto che, per tratti più o meno lunghi, Ice ti permetteva di stargli accanto. E con Ginger è lo stesso, perché la libertà fa parte di lui, come scorreva nel sangue di Ice.
Mentre viaggiamo, il paesaggio ci appare in tutta la sua bellezza. L’autunno è sì il preludio al freddo dell’inverno, ma è al tempo stesso il momento in cui esplodono i colori e le foreste sterminate si accendono di tinte calde, dando vita a quello spettacolo sfavillante di arancione, rosso, giallo e marrone mescolati tra loro, chiamato Ruska in terra lappone.


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Ciò che lascia sbalorditi, è che questo cambiamento avviene nel giro di una manciata di giorni e non può non suscitare ammirazione quanto la natura riesca a fare, passando dal verde rigoglioso dell’estate al susseguirsi di ondate che si accendono di dorato e vermiglio, fino all’immobile candore della neve.
Il tempo è relativo. Non è scandito dagli orologi che, in un frenetico rincorrersi dei secondi, fanno inseguire le lancette con una velocità che a tratti sfiora il delirio, ma dalla natura. E’ lei che decide, è lei che guida. Ed è nel momento in cui il tempo si fonde con un universo senza confine che ci rendiamo conto che nella Lapponia bisogna immergersi e chiudere gli occhi, per lasciarsi portare in un altrove dove dominano le sensazioni, le emozioni, gli istinti. Ed è questo ciò che facciamo nei giorni a venire.Un lago sterminato, la cui acqua resta ferma, come se avesse il timore di incresparsi per un alito di vento e violare la sacralità del tempio naturale nel quale si trova. Sulla superficie si specchiano il cielo con qualche nuvola passeggera e gli alberi intorno, creando un gioco di rinvii in cui l’uno e l’altro si appartengono e si completano a vicenda. Da qui, ci spiega Luisa, nasce l’idea di chiamare questo itinerario ‘Tra cielo e terra’, proprio perché si permeano l’uno con l’altra e noi siamo lì, nel piccolo spazio prima del loro contatto.

Il terreno è disseminato di cespugli di mirtilli, sia rossi che neri.
“Mangiane, sono buoni!” mi consiglia riempiendosene le mani. “Quelli rossi sono un po’ aspri, ma sono un concentrato di vitamine.” E così faccio. Marco invece è più restio e preferisce restare indietro e scattare tante foto.
Luisa ci parla della vita che ha scelto e nella sua voce si sente l’emozione per questa avventura. Ha avuto coraggio e ha fatto il salto che le ha cambiato l’esistenza. Se tornasse indietro lo rifarebbe, senza ombra di dubbio. Ci confida che si sente vicina a Karen Blixen, autrice de La mia Africa, romanzo al quale si sente molto legata.
Ci racconta che in posti così si viene colpiti da un’emozione che le piace chiamare ‘mal d’Artico’, un’emozione così forte che porta a fuggire via o a restare per sempre. Lei ha scelto di restare e ormai questa dimensione le appartiene così tanto che quando parte da Tänndalen e torna in Italia, i rumori del paese le risultano estranei, quasi fastidiosi, e quelli della città insopportabili. Qui, dove il silenzio è interrotto solo dalle folate di vento che si intrufolano tra gli alberi o dal suono dell’acqua che cade impetuosa in una cascata, ha trovato l’essenza più intima e profonda della dimensione umana. Non c’è spazio per il superfluo né per tutto ciò che diventa necessario per un bisogno imposto.
Senza dover essere filosofi, proviamo meraviglia per tutto ciò che stiamo vivendo e comprendiamo il valore delle ore, dei minuti, dei secondi. In una dimensione priva di televisione, di internet e di cellulari ai quali di solito si dà un’importanza vitale, scopriamo per la prima volta la lunghezza di una giornata. Le ore sembrano moltiplicarsi, ma non c’è tempo per la noia, perché ogni istante porta con sé un cambiamento che rende tutto straordinario, come se fosse la prima volta che ci poggiamo lo sguardo: accade così che il tramonto che guardiamo dal balcone, il fiore che incontriamo fuori casa, le betulle depositarie di saggezza millenaria, il sentiero che percorriamo per arrivare al cottage sono ogni volta diversi e, in qualche modo, unici.
Ogni momento è quello buono per fare degli incontri, come con la volpe che gira nel bosco in mezzo al quale viviamo, o con gli uccellini che reclamano i semi di melone arrivando perfino a bussarci sul vetro della finestra, oppure con le renne che pascolano indisturbate.



“Non bisogna mai chiedere a un Sami quante renne abbia” ci spiega Luisa mentre entriamo in una capanna che si usa durante il periodo in cui si riuniscono gli animali. “Sarebbe come chiedere ad un italiano quanto ha in banca!”
Come butteri di un’altra terra, i Sami si dedicano all’allevamento. Sfortunatamente siamo arrivati in Lapponia in un periodo in cui è ancora presto per riunire il bestiame, quindi lasciamo che sia Luisa a raccontarci di loro, mentre ci conduce attraverso luoghi che le sono familiari.
In un rapporto di totale fiducia con la natura, questi uomini vivono seguendo le abitudini dei loro animali, come gli animali seguono le regole imposte dal clima.
Le renne sono libere e sanno da sole quando è il momento di spostarsi da un pascolo all’altro, seguendo i cicli delle stagioni.



I Sami vivono per i loro animali, ma anche dei loro animali. Non è difficile imbattersi in un loro negozio, dove si vendono non solo prodotti ricavati con la carne, ma anche corna (usate per lo più come appendiabiti), pelli e oggetti di vario genere. Luisa ci porta in uno dei negozi più chic e ci spiega che la proprietaria, una ragazza giovane e bionda, è la figlia di un ricco possidente. Questo posto è davvero grande e c’è di tutto, eppure resto più affascinata da quei negozietti grandi meno della metà di questo, ma con tanta tradizione al loro interno che, forse, questo qui ha perduto.



Veniamo a scoprire che non accade di rado che le renne mangino per sbaglio dei funghi allucinogeni. Luisa scoppia a ridere e ci racconta che in quel caso iniziano a vagare con due occhi sbarrati come civette, almeno finché non passa l’effetto. Al di là di tutto, bisogna stare attenti se si viaggia in macchina, perché gli animali possono tranquillamente andare in strada.
Dopo l’incontro con la cultura Sami, abbiamo fatto la conoscenza del bue muschiato.



Animali massicci e corpulenti, riescono a sopportare bene il clima invernale, le cui temperature arrivano ben al di sotto dello zero. Nonostante la loro forza, ci spiega il ragazzo che ci parla di loro, hanno rischiato l’estinzione. Ci racconta che, lasciando da parte i cambiamenti climatici, la colpa è riconducibile all’uomo che, invadendo il loro habitat con le motoslitte, li ha costretti a fuggire all’impazzata e ha causato la morte dei piccoli, che spesso rimanevano indietro e non riuscivano più a ricongiungersi al branco.
Hanno una gerarchia ben precisa e il maschio dominante non esita a scacciare in malo modo le femmine e il cucciolo di soli pochi mesi, nonostante sia stato lui stesso a crescerlo perché era rimasto orfano.
Le giornate si susseguono e le emozioni non diminuiscono mai. Ogni mattina è una nuova escursione, un percorso da scoprire, una storia da raccontare. Con Luisa non c’è il rapporto tra guida e turista, quanto piuttosto quello tra amici di vecchia data che si incontrano dopo molto tempo. Le parlo di me e dei miei interessi e lei mi racconta di sé, di quando faceva la modella e pensava a tutto meno che a una vita così. Chiacchieriamo tanto, ma ce ne rendiamo conto solo quando Marco si gira verso di noi e ci chiede in modo scherzoso se ne avremo ancora per molto.



In sua compagnia non sembra di visitare la Lapponia, ma di viverla…e ormai ci siamo adattati così bene a questa vita, che il caffè americano potrebbe anche mancarci. Di solito è nostra abitudine sorseggiarne una tazza in balcone, mentre guardiamo il sole che tramonta. Abbiamo smesso di mettere il giubbino per uscire fuori in questa circostanza. Il freddo si sente, ma è ben sopportabile. E’ molto secco, quindi non disturba.
Luisa ci ha raccontato che in Svezia i genitori fanno abituare i figli alle temperature rigide e, piuttosto che coprirli fino all’eccesso, preferiscono che si temprino con un abbigliamento più leggero. Dice che qui i bambini si fanno presto e che rimane ammirata ogni volta che vede delle giovani coppie con grappoli di figli al seguito: in un’altra vita anche lei farà lo stesso, ce lo ha promesso.
Un pomeriggio, mentre torniamo verso casa, ci chiede se abbiamo mai provato la sauna annessa al cottage e ci consiglia di farla sorseggiando birra ghiacciata.
“Birra?” chiediamo quasi in coro.
“E certo!” risponde mentre imbocca col la macchina la strada per il negozio che vende alcolici.
Dopodiché, desiderosa di presentarci un suo amico che compie gli anni il giorno dopo di lei e che sta per partire per le vacanze, ci porta dove lavora affumicando il pesce. E’ così che Marco incontra per la prima volta il salmerino alpino e che diventano inseparabili.
Non manca mai sulla nostra tavola, che sia colazione, pranzo o cena e mi chiedo se non voglia portarne un po’ in camera per un improvviso spuntino di mezzanotte.
In onore di questo legame inscindibile e, forse, esasperata dallo stesso, chiamo affettuosamente il mio amato Ginger ‘Gingerino alpino’.


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La vacanza è agli sgoccioli e, come ultima uscita, Luisa sceglie di portarci lungo il percorso dell’impianto di risalita di una stazione sciistica. Da lì il panorama è vasto oltre ogni immaginazione e giochiamo a individuare tutti i posti che abbiamo visitato.
Proseguiamo il tragitto seguendo un percorso il cui suolo è ricoperto da muschi e licheni. Con un velo di tristezza Luisa ci racconta che la Lapponia è come una bomba a orologeria e ci spiega che i residui dell’esplosione di Chernobyl sono ancora presenti nell’aria. Ma dall’aria entrano in quell’ecosistema, perché muschi e licheni traggono il nutrimento dall’atmosfera che li circonda e le renne si cibano proprio di questo tipo di vegetazione. Ci racconta che gli animali sono controllati e, se i livelli di residui nel sangue superano la soglia di tollerabilità, vengono alimentati con foraggi specifici. Mentre parla colgo un po’ di paura nella sua voce, soprattutto quando, alzando leggermente il tono, ribadisce che quell’universo, come ogni altro luogo della Terra, non durerà ancora per molto se gli uomini non si adopereranno per arginare l’inquinamento. Siamo legati gli uni agli altri, nel bene e nel male, tiene a precisare.

Ormai stiamo per ripartire, con la promessa che è solo un arrivederci. In fondo ci sono tante esperienze ancora da fare: il festival dei Sami, il sole di mezzanotte, lo sci di fondo, il tour con le slitte trainate dai cani…
Luisa ci accompagna in stazione e va via prima che arrivi il nostro treno perché detesta i saluti.
Partiamo, consapevoli che questo viaggio non è stata una parentesi nella quotidianità, quanto piuttosto un’esperienza che si è inserita nella nostra vita e ci ha fatto tornare a casa con un bagaglio che ci ha profondamente arricchiti.